Cosa sai di me? (Una faccia in prestito, 1995)
Sparring partner (Paolo Conte, 1984)
C’è la Giustizia con la maiuscola, le leggi che si danno gli uomini, ed è superiore a qualsiasi dio. E poi c’ è la giustizia con la minuscola, e quella…”. è l’ unico, vago accenno all’ attualità che Paolo Conte concede in un pomeriggio fermo, dalle parti di Verona, prima del concerto. L’ avvocato è tornato da poco dal festival jazz di New York, salutato come un maestro dalla stampa americana, e ha ripreso a sessant’ anni la sua vita da tournèe. Lui stesso è un viaggio, alla seconda frase ti porta già altrove. L’ attualità, i discorsi esausti di fine secolo, “questo brutto barocco”, non lo riguardano. Eppure è il più contemporaneo fra i poeti italiani. Un poeta avvocato. Ha cominciato nel tribunale di Asti, a difendere uomini in causa con la vita, abbandonati o falliti, come il proprietario del Mocambo, ma capaci di dignità della sconfitta, altra merce da anni ’ 50. Dalle aule allora è salito sul palco, con pianoforte e kazoo, e ha composto arringhe più difficili, le più belle canzoni del dopoguerra. Azzurro, Una giornata al mare, Sotto le stelle del jazz, Via con me. Amore, immaginazione, ironia e altre cause perse. Ma i suoi clienti, da Roma a New York, da Parigi a Berlino, gli sono grati. Li ha portati via da questo tempo grigio, difesi dalle mode, nella libertà provvisoria di un sogno. A uno così, italiano in fuga, che cosa gli vuoi chiedere dell’ Italia dell’ Ulivo in crisi e delle maggioranze cangianti, squatter bombaroli e miliardari eversivi, estate Vip e vecchie idiozie aggiornate al new age? Veda lei, avvocato, come si può uscirne, se con una scappatoia, un cavillo, o con l’ onesto rimettersi alla clemenza della corte. “Se devo difendere l’ Italia, lo faccio volentieri. Amo la mia terra, nel senso proprio. Mi piace toccarla, sentirne la consistenza. E certi luoghi etruschi, Talamona, Volterra, hanno i colori, l’aria, i tagli di luce più magici della terra”. Bellezza depositata nei secoli, nei luoghi, negli oggetti, fino all’ altroieri, all’Italia dell’ Aprilia che produce capolavori tascabili esposti al Moma, auto meravigliose che sapevano “di vernice, di donne e di velocità”. E poi cos’ è successo? “Me ne interesso poco. Non critico il consumismo, l’ omologazione. Altri sono più bravi. Io parlo d’ altro”. E quale critica più radicale di questa? Basta accostare la Topolino amaranto a uno spot. “Sì, nel mio scarso senso religioso, amo religiosamente gli oggetti sui quali si sono depositati odori, sapori, ricordi”. Il suo pubblico, da un continente all’ altro, s’ assomiglia in fondo nella comune indifferenza per le mode. E lei? “La moda è la strega dei nostri tempi, una sciagura. Sono orgogliosissimo di avere un pubblico che non la segue”. E il made in Italy, vanto patrio? “La moda maschile è tutta orrenda, la trovo stupida, sproporzionata, goffa. Sulla femminile sono più tollerante. Ma in generale è roba che va a finire in discoteca, questione di consumismo, di usa e getta. Come tutto, del resto, musica compresa”. Come la mettiamo con gli italiani sempre così attenti alla bella figura, all’ apparenza, alla moda? “Siamo così, ci sentiamo sempre piccoli piccoli, insicuri, in cerca d’approvazione. Il fatto è che siamo molto vecchi di sangue ma giovani come stato, poco uniti e sempre in rodaggio”. Dove sono finiti gli italiani allegri in gita del dopoguerra? “Eravamo più vitali. Si è perso quell’ angolo nascosto in cui si alimentava il desiderio, la voglia di cambiare. Ora mi sembra un paese più rassegnato alla burocrazia, ai ritardi, a non avere fiducia in nulla. E s’ è persa l’allegria, il senso dell’ umorismo che nasce dalla differenza, dallo scambio. è un altro effetto dell’ usa e getta. Un tempo c’ erano più luoghi, lingue e facce”. Che cosa la disturba del costume pubblico? “Questo scambiare la furbizia per intelligenza. In realtà l’una esclude l’altra”. Una qualità da rivalutare? “Il pudore, da un punto di vista etico ed estetico, che poi è la stessa cosa. Manca moltissimo”. Il pudore. Suona come la dignità e l’ Aprilia, cose senza più un mercato. “Nell’ arte no. L’ altrove delle mie storie è una forma di pudore. è prendere cose di tutti i giorni e portarle lontano, su un altro teatro, in un luogo più immaginario, per poterne raccontarne meglio l’ essenza. O l’ assenza”. Ma Conte è tutto meno che “si stava meglio quando si stava peggio”, culto di un passato idealizzato. Non ha paura di essere mal compreso? “La nostalgia non mi piace. è qualcosa che si prova per ciò che si è vissuto. Io non ho alcuna nostalgia per gli anni Settanta. Ho rimpianto per gli anni Dieci e Venti, ma è una scelta estetica. Perché lì si è espresso il meglio di un secolo innovatore, nella musica, nella letteratura, nell’ architettura, nella stessa politica. Pensa al jazz, al futurismo, alla Bauhaus, all’ invenzione del cinema. Il resto è lenta decadenza, fino ad arrivare a quest’ appendice tecnologica, in una nuova illusione neo illuminista, noiosa e meccanica, uguale dappertutto”. Ogni artista cerca la bellezza dove può trovarla. Conte l’ ha trovata in quegli anni, quei personaggi e i ricordi. E adesso? “è sempre più difficile scrivere, affrontare la fatica di un nuovo disco. Diventando vecchi si esaurisce il serbatoio di incoscienze, sorprese, o anche mitologie come il ciclista o il pugile o la Topolino. Scrivere diventa sempre meno un’ avventura. Ma devi affrontarla, l’arte t’impone di rimanere giovane, andare a caccia della bellezza e difenderla”. Difendere la bellezza, l’ ultima causa dell’ avvocato Conte. Da che cosa? “Dal brutto barocco che ci circonda e arriva a ondate, con una velocità tecnologica che non dà tempo di pensare. Oggi avvengono comportamenti umani estremamente simili, ripetitivi, figli del contagio. A tutti i livelli, dalla cronaca alla politica. Leggi sul giornale di un delitto particolare, un suicidio eclatante, il lancio dei sassi, o una sciocchezza detta da un politico, e il giorno dopo ci sono già centinaia di emuli. Ogni tanto, di notte, m’ invento delle arringhe per difendere le vittime di questa peste. E ho trovato la grande attenuante generica, valida per tutti i casi, nel concetto di epidemia. Ecco, molto di quanto accade è frutto di un’ epidemia”. E come se ne esce? “A me lo chiede? Dovrebbero pensarci i politici, studiare soluzioni concrete e lasciare gli spettacoli a noi vecchi saltimbanchi”. è il saluto. Il palco è pronto, l’avvocato siede al pianoforte, prova un paio di accordi, il tempo di un applauso e i tremila sono già via con lui.
la Repubblica, 10.08.1998
Massaggiatrice (Nelson, 2010)
Cosa ascolta e cosa compra Paolo Conte?
«Musica classica: Franck, Ravel, Dvorák. Ma amo anche il jazz “antico” quello dei pionieri Armstrong, Morton, Tatum, Hines…».Corriere della Sera, 01.03.2010